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Il mito del Poggio

28/02/2023

Quando il gruppo, solitamente quasi del tutto compatto, approccia le prime rampe del Poggio, lo spettatore sa che sta per vivere i 15 minuti più adrenalinici e scoppiettanti dell’intera stagione ciclistica. Sembra impossibile che 3,7 km di salita a una pendenza media nemmeno del 4% possano anche solo fare il solletico a un plotone di professionisti, ma dopo 290 km in sella anche la più piccola delle asperità può diventare una ghigliottina per le gambe degli atleti.

Il delicato compito di decidere le sorti della Milano-Sanremo, da ormai 63 anni, tocca proprio al Poggio, una lingua d’asfalto apparentemente innocua e invece splendido lasciapassare per entrare nella leggenda. Nel 1960, con Fausto Coppi scomparso da un paio di mesi, patron Vincenzo Torriani era stufo di veder arrivare a Sanremo il gruppo compatto, di vedere lunghe processioni destinate a concludersi con uno sprint senza troppe emozioni, e… di non veder mai vincere un italiano, perché in quegli anni di uomini veloci l’Italia ne aveva pochi, e l’ultima vittoria era quella del 1953 con Loretto Petrucci. Era tempo di cambiamenti, era tempo di mettere una pezza a “quelle dannate soluzioni in massa sul rettilineo di arrivo” come scrisse il direttore della Gazzetta dello Sport d’allora, Giuseppe Ambrosini, e riportato un paio di anni fa da un articolo sulla Rosea di Angelo Carotenuto.

L’intuizione di Torriani diede subito i suoi frutti, perché il Poggio risultò subito decisivo, anche se a vincere non fu un italiano e, anzi, non arrivò neanche un azzurro in Top 10. Gli italiani dovettero attendere addirittura il 1970 e Michele Dancelli per tornare a festeggiare il successo in una Classicissima. In quella storica prima volta del Poggio fu invece il francese René Privat a staccare tutti sulla dolce, ma allo stesso tempo cattivissima, salita del Poggio e involarsi in solitaria verso Sanremo. L’inviato della Gazzetta, Gianni Cerri, ci aveva visto giusto: “La salita è abbastanza semplice, lunga ma neppure lontana parente di certe pendenze. Neppure il più brocco dei concorrenti vi perderebbe un metro. Ma il guaio è che è a Sanremo, e dopo tanti chilometri c’è gente che perde addirittura la ruota in pianura, figuriamoci in salita. Molto dipende da come si arriva ai suoi piedi, dalle condizioni atmosferiche della giornata, dal ritmo con cui la corsa è combattuta”.

Salita e discesa del Poggio furono negli anni trampolino di lancio per i trionfi di Raymond Poulidor, Eddy Merckx, Alfons De Wolf, Marc Gomez, Giuseppe Saronni, Francesco Moser, Giorgio Furlan, che detiene il record di scalata con una velocità media di 39 km/h, e Vincenzo Nibali, solo per citarne alcuni. Per i velocisti è diventata una salatissima tassa da pagare, per gli attaccanti il punto in cui dare il via alle danze dopo più di 6 ore di attesa in sella, per i tifosi uno dei momenti più attesi dell’anno.

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